Quando racconto una meta super famosa, come Disneyland o una crociera nel Mediterraneo, qualcuno mi scrive: "Sempre i soliti posti, con i bambini non si può andare altrove?"
Quando racconto un angolo meno conosciuto, arriva l'altro commento: "Grazie, adesso ci troveremo cento passeggini."
E se scelgo l'alta stagione? "Con i bambini in mezzo alla folla, ma chi ve lo fa fare?" Peccato che la scuola, ad aprile, non chiuda per farci un favore.
Scherzi a parte, dietro questi commenti c'è una domanda seria che mi riguarda due volte, come mamma e come persona che consiglia viaggi: quanta responsabilità abbiamo noi che raccontiamo i luoghi online, e quanta ne hanno le famiglie che viaggiano?
Quando si parla di overtourism si cerca spesso un colpevole facile: chi ha pubblicato il video. Io vorrei provare a guardare il quadro intero, con gli occhi di chi viaggia con un passeggino, uno zaino pieno di merende e un calendario scolastico da rispettare.
Cos'è l'overtourism (spiegato anche a Bibi)
Se dovessi spiegarlo a mia figlia direi così: è quando in un posto arrivano così tanti visitatori che chi ci abita fa fatica a vivere la sua giornata normale.
Non è solo una questione di folla. È il bambino del posto che non trova più posto sull'autobus per andare a scuola. È la famiglia che non riesce a pagare l'affitto perché le case sono diventate tutte case vacanza. È il prato rovinato, la spiaggia piena di rifiuti a fine giornata.
Conta quante persone arrivano, ma conta anche dove si concentrano, quando arrivano e come si comportano. Per noi è una vacanza. Per qualcun altro è il quartiere dove cresce i suoi figli.
Il problema c'era già prima dei reel (e le famiglie lo conoscono bene)
Sentendo certe discussioni sembra che, prima di Instagram, si viaggiasse tutti con calma e in punta di piedi. In realtà la storia è più lunga.
- Il dopoguerra e le ferie per tutti. Con le ferie pagate, l'automobile e i primi viaggi organizzati, la vacanza diventa possibile per molte più famiglie. Pensate ai nostri nonni in fila sull'autostrada ad agosto, con la Fiat carica fino al tetto.
- Le prime domande. Già dagli anni Sessanta chi studia il turismo si chiede quanto un luogo possa reggere: l'ambiente, i residenti, i servizi.
- Voli low cost e prenotazioni online. Dagli anni Novanta organizzare un viaggio diventa più semplice ed economico. Un weekend in una capitale europea diventa possibile anche con i bambini.
- I social. Oggi un posto può diventare famoso in pochi giorni. Instagram e TikTok accelerano tutto, ma non hanno inventato il problema.
C'è poi un aspetto di cui si parla poco: noi famiglie siamo costrette a viaggiare tutte insieme. Agosto, Natale, Pasqua, i ponti di primavera. I calendari scolastici concentrano milioni di persone negli stessi giorni e spesso negli stessi posti. Non è una scelta, è un vincolo.
Sapere questo non ci assolve, ma ci aiuta a cercare soluzioni: un ponte meno gettonato, una meta alternativa a pochi chilometri da quella famosa, gli orari giusti per visitare un luogo prima che si riempia.
Cosa succede quando un posto diventa famoso?
Un video può far venire voglia di partire. Ma accoglierne bene chi arriva è un altro lavoro, e non lo fa chi pubblica il reel.
Le domande vere sono queste: quante persone può accogliere quel posto? Ci sono parcheggi, trasporti, bagni, fasciatoi? Dove finiscono i rifiuti? I residenti vengono ascoltati? E ha ancora senso promuoverlo, se fa già fatica?
Anche il Parlamento europeo, in uno studio del 2018 sull'overtourism, sottolinea che cause ed effetti sono complessi e che servono soluzioni pensate luogo per luogo, insieme a chi lo amministra e a chi ci vive.
Una grande città, un borgo sul mare e un sentiero di montagna non si gestiscono allo stesso modo. E nemmeno si visitano allo stesso modo con un bambino di tre anni.
I limiti servono, e i bambini li capiscono meglio di noi
Io credo che dobbiamo abituarci a un'idea: non tutto può essere accessibile a tutti, in ogni momento. Se per proteggere un luogo bisogna prenotare, si prenota. Se i posti sono finiti, si cambia programma. Se un sentiero è chiuso, quel giorno si fa altro.
Con i bambini questo diventa perfino un'occasione educativa. Loro conoscono benissimo le regole: a scuola si fa la fila, al parco si aspetta il turno per lo scivolo. Basta spiegare che anche i posti belli hanno le loro regole, per restare belli.
Qualche idea pratica per viverla bene:
- Prenotate con anticipo musei, parchi e attrazioni a ingresso contingentato, e ditelo ai bambini: "Abbiamo il biglietto per le 10, è il nostro turno."
- Tenete sempre un piano B semplice, come un parco giochi o una gelateria, se qualcosa salta.
- Trasformate l'attesa in gioco: indovinelli, "cerca il colore", una mappa da completare.
- Raccontate il perché: "Entrano poche persone alla volta così i pesci non si spaventano" funziona molto più di un "perché sì".
E noi creator? I miei impegni come Bibi's Wander Family
Chi racconta viaggi influenza le scelte di altre famiglie: è la parte più bella di questo lavoro, ed è anche una responsabilità. Ecco cosa mi impegno a fare:
- Darvi le informazioni pratiche, non solo le immagini. Se serve prenotare, se ci sono zone chiuse, se con il passeggino non si passa, ve lo dico.
- Essere onesta sulla folla. Se una foto con la piazza vuota è stata scattata alle 8 del mattino, lo scrivo. Chi arriva alle 11 con due bambini stanchi deve sapere cosa troverà.
- Pensarci prima di geolocalizzare. Un parco attrezzato e una caletta minuscola, senza servizi, non reggono lo stesso numero di persone.
- Non mostrare comportamenti sbagliati. Niente foto oltre le transenne o nei prati vietati: i bambini, e anche gli adulti, imitano quello che vedono.
- Proporvi alternative. Accanto alla meta famosa, quella vicina e meno affollata. Fuori dai ponti più gettonati, quando la scuola lo permette.
Anche noi siamo "gli altri turisti"
È facile pensare che i turisti siano sempre gli altri. Noi viaggiamo, loro invadono. Noi abbiamo scoperto un posto, loro lo hanno rovinato. Ma essere arrivati prima non ci rende proprietari di un luogo.
E qui le famiglie hanno un superpotere: stiamo crescendo i viaggiatori di domani. Il modo in cui i nostri figli imparano a comportarsi in viaggio oggi è il turismo che ci sarà tra vent'anni.
Le regole d'oro dei piccoli viaggiatori
Una lista da leggere insieme prima di partire (e magari da stampare):
- Lascio il posto come l'ho trovato. I rifiuti tornano nello zaino se non c'è un cestino.
- Nei vicoli si parla piano. Dietro quelle finestre c'è chi dorme, lavora o fa i compiti.
- Nei musei si guarda con gli occhi, non con le mani.
- Prima di fotografare una persona, si chiede.
- Imparo a dire "ciao" e "grazie" nella lingua del posto.
- Sui sentieri si resta sul sentiero, e i fiori restano dove sono.
- Assaggio almeno un piatto tipico, anche se ha un nome strano.
Lo so, nessuno è perfetto, nemmeno noi. Ma quel "tanto è solo una carta" o "è solo un secondo", moltiplicato per tutte le persone che pensano la stessa cosa, fa una grande differenza. Il rispetto da solo non risolve l'overtourism, perché alcuni luoghi hanno bisogno di limiti anche quando tutti si comportano bene. Però è la parte che possiamo fare da subito.
Parliamo di cosa possiamo fare
Chi crea contenuti può fare più attenzione a cosa mostra. Le famiglie possono informarsi, accettare i limiti e insegnare il rispetto ai figli. Piattaforme e aziende del turismo devono farsi carico degli effetti della crescita da cui guadagnano. E chi amministra i territori deve ascoltare i residenti prima che sia troppo tardi.
Per me il fatto che sempre più famiglie possano viaggiare resta una conquista. Vedere il mondo con gli occhi di un bambino è uno dei regali più grandi che conosca. Proprio per questo vale la pena proteggere i posti che ci accolgono.
E voi? Vi è mai capitato di scoprire un posto meraviglioso grazie a un video e poi sperare che restasse un segreto? Come insegnate ai vostri bimbi a viaggiare con rispetto? Raccontatemelo nei commenti o in DM su Instagram, @bibiswanderfamily.
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